Antologia

 

Poesia in Lingua

1Paradiso Perduto

Placida la camerata s’immerge nel sonno: una grande
lampada intorno spande una luce velata.

Nessuno più bisbiglia, qualcuno dorme già sodo,
io mi còccolo e godo di chiudere le ciglia

e ripigliare il romanzo che tesso or afflitto or giocondo
in questo arcano mondo del cuore, ov’ io m’avanzo.

Stasera che dolce sorriso hanno i ricordi… Oh natio
caro villaggio! oh mio perduto paradiso!

Ecco più bionda di luglio coll’iridi azzurre serene
fuori Coletta viene dal florido cespuglio;

e Caterina ai commossi adolescenti con onde
di fragranze risponde tra i garofani rossi.

S’ode il fluir d’una fonte: voci risonano a coro;
arde una fiamma d’oro sul vertice del monte;

tornan gli amanti e le belle, cantando tra l’ombre odorose;
s’addormono le rose, il ciel trema di stelle.

Licori, dolce maestra di sguardi furtivi, la bruna
treccia sotto la luna scioglie su la finestra,

e per un altr’amore, immemore ormai del poeta
immemore, segreta cura le tiene il cuore.

Minco la serenata porta alla mesta Giovina,
e tutta la collina risuona all’agitata

chitarra. Cenzo, al Calvario, invoca le stelle che ancora
non son venute fuora al canto solitario.

E, d’uno in altro sorriso, a poco a poco l’oblio
m’addormenta entro il mio perduto paradiso.

2Maledetto il bisogno

Oggi mia madre m’ha scritto che in paese ardon le liti
e gli odii dei partiti e che per tal conflitto

non avrò, secondo alcune voci, per l’avvenire
più le dugento lire che mi passa il Comune.

Se queste voci son vere, addio seminario!… Né il mio
cuore per questo addio avrà gran dispiacere.

Il seminario oramai non ha più studi né scuole:
non sai quello che vuole, quel che farà non sai.

Monsignore non ha l’uguale se scrive in lingua latina,
ma qui non indovina o è servito male.

Si muta ogni anno tenore, si muta ogni anno governo:
è immutabile, eterno, il sol vicerettore.

Quante giornate amare! Non so che pensano i miei:
per me preferirei la vita militare.

Sia maledetto il bisogno che m’ha costretto… Non era
tricorno e veste nera il giovanil mio sogno.

Ma non son chierico ancora, e questa veste, s’ho amiche
le stelle, tra l’ortiche la getto alla malora.

3Il cantico dei cantici

Voglio cantarti il canto, cantato da un re sapiente
all’amor suo lucente nei giorni dell’incanto.

Torna coi cieli sereni la primavera: t’affretta,
amica mia diletta; sorgi, mia cara, vieni.

Vieni: sei tutta bella; nell’aria san tenere note;
di tortola hai le gote, gli occhi di colombella.

Son bianchi, come la lana del gregge mondo, i tuoi denti:
son le guance fiorenti spicchi di melagrana.

Favi, onde il miel trabocca, son le tue labbra vivaci:
mi bacerai coi baci della tua dolce bocca.

Con un degli occhi belli il cuore m’hai rubato,
il cuore m’hai legato con un dei tuoi capelli.

Il seno tuo diffonde effluvi, ond’io tutt’ardo,
di mirra, cipria e nardo, senza quel ch’entro asconde.

Gli effluvi tuoi son come gli effluvi d’un paradiso:
di mille essenze è intriso l’odor delle tue chiome.

Dalle tue vesti col vento come un incenso m’arriva:
alla fragranza viva languir, morir mi sento.

È come un olio effuso anche il tuo nome. O beata,
la fonte suggellata tu sei, l’orto concluso.

Odorano i cinnamomi, odorano i melagrani:
tu porti entro le mani tutti i più dolci aromi.

Ridono i cieli sereni, la tortola tuba tra i rami:
vieni a colui che ami, vieni, diletta, vieni.

La terra è tutta un verziere. Se il capo tu pieghi stanca
della mia mano manca ti farò origliere,

con la mia destra mano ti cingerò la vita.
La nostra via fiorita non sia fiorita invano!

4Menestrello

Sono un povero e mesto giovanetto
che per le terre italiche viaggio
cercando pane e amor, solo soletto,
de le stelle al chiaror, del sole al raggio:

da’ padri miei non ebbi altro retaggio
ch’alma tenera e cor pieno d’affetto,
parlo de’ vati il fervido linguaggio,
sento agitarmi da la musa il petto.

Son nato per cantare: e de la mia
giovinezza cantando passo il fiore
di luce alimentato e d’armonia;

son nato per amare: ed il mio core
non palpita, se il palpito non sia
un dolce sfogo od un sospir d’amore.

5Primo vere

Quando tornava aprile al mio paese,
redia sempre un’amica rondinella
a consolare il tetto mio cortese
con il suo nido, con la sua favella

mesta d’amor; d’aprile or torna il mese,
tornano i fiori, ella non già, fors’ella
non m’ama più, del mio partir si offese
né a me più riede a la stagion novella.

Oh! dimmi dove sei, mia poveretta
amica… oh! se ancor vivi, a l’amor mio
torna… questo mio cor come t’aspetta!

Se poi tu non sei più, mia cara, il pio
memore verso, il mesto carme accetta,
che tra il riso d’ april oggi t’invio.

6L'ombra

Viola, sei venuta
stamani all’alba, assorta
nei tuoi pensieri e muta.
Da quando sei risorta
o speranza perduta?
E non parevi morta.

Gli asfodeli ho rivisti
che avevi sulle chiome
spesso nei giorni tristi:
eri pallida come
quando parlar mi udisti
dell’ombra… senza nome.

Ombra misteriosa
ch’è sempre il mio bel male,
la dolce amara cosa
che di desir mi assale,
d’ogn’altro amor gelosa,
a ogn’altro amor fatale.

Imprime di sua mira
forma ogni novo obbietto
del mio cuor che sospira,
ma, quando men mi aspetto,
l’incanto suo ritira
e il cuor m’agghiaccia in petto.

Credi, sol questo è vero.
Ah, se sapessi quante
volte questo mistero
mi ha fatto strano amante,
e lungo il mio sentiero
molte speranze ho piante!

Spesso, ove gioie e rose
mi finsi, pruni ed ire
l’aspro destin mi pose.
Se il vero nel morire
a te si disascose,
prega, non maledire.

Prega, s’or anche sai
che tuo, che tuo non era
quello che in te più amai.
Quando intendesti… oh sera
triste!… non scordo mai
gli occhi tuoi, la tua cera.

Da qualche tempo, o ignara,
tu non eri più quella
ch’io mi credevo. Cara
eri pur sempre e bella,
ma simile a una chiara
luce di fredda stella.

Colla tua giovinezza
così per sempre chiusa
nella tua gran tristezza,
sei morta, o disillusa…
A ricordar si spezza
il cuor ma non si accusa.

Ahi, non si accusa… c’era
quel potere più forte
del cuor. Quest’è la vera
parola. La sua sorte
è tale in questa sfera
triste di amore e morte.

E tu mi riappari
or cinta di asfodeli
come in quei solitari
tuoi giorni, e par che celi
altri ricordi amari…
d’altri lontani cieli.

7La grotta del cavallone

I

O valle di Taranta, alla stellare
luce di luglio, come in cuor penètra
il suono delle tue profonde ghiare!

Palpitò forse una divina cetra
nel cuor del monte, quando a noi dal calle
rupestre s’alzò il canto della pietra?

Sotto i ferri delle agili cavalle
e dei rubesti muli a poco a poco
un’armonia crosciante empì la valle.

La pietra, trita dal gelo e dal foco
del sol, parve una mobile tastiera,
e con tono ora acuto ed ora fioco

cantò la scheggia grave e la leggera.

IV

A insegnar l’orme l’olio anima gialle
lucciole presso il piè, l’acetilene
anima innanzi argentee farfalle.

Una religion grave ci tiene:
taciti, sul bagnato suolo infido,
ombre tra l’ombre, andiam con passo lene.

Brilla il magnesio: lungo suona un grido
di stupore: la pietra ha tronchi e rami,
selva incantata su incantato lido.

La volta ondeggia d’èsili ricami:
qui par che ascenda una Madonna in alto,
là che sogghigni un Satana. Gli stami

vibran d’ignote vite entro lo smalto.

V

Ombre tra l’ombre, per meandri ciechi
ci avvolgiamo pensosi: l’alma sente
dormire i dolci sogni negli spechi

profondi: l’alma ascolta la cadente
goccia che segue il lungo suo lavoro
piana, non vista, armoniosamente.

Gli echi che hanno sottili voci d’oro,
rispondon d’antro in antro all’armonia
creatrice, con plausi umili, a coro.

Si mutano e rimutano per via
le vaghe scene, ed alta in cuor penètra
della goccia operosa la magia

e il fascino canoro della pietra.

VI

O valle di Taranta, or quando al sole
trionfante nel ciel meridiano .
ribrillan gli occhi, non hai più parole.

Sempre avido e non mai pago, l’umano
spirto si avvolge dentro alla cortina
del mistero, e il mister sempre è lontano.

Tra gli svolazzi di lapidea trina,
tra i padiglioni di lapidei veli,
noi sentimmo passare una divina

virtù: non forse è quella che gli steli
fragili tesse a queste balze, e canta
in queste pietre? Oh, sotto i puri cieli

magica grotta a monte di Taranta!

8Viole e rovi

a Teodorico Ponzani

Poeta, io so le gioie tue più care:
t’ho visto errar pei bruni violeti
nei vespri estivi dietro ai sogni lieti;
poeta, io so come tu sai sognare.

E ancora io so le tue lacrime amare:
vedute ho l’orme tue per i roveti
dell’anima, e t’ho in cuor letto i segreti
canti, che non dicesti alle tue bare,

che non dicesti alle tue culle. Un vento
gelido spesso abbrividir fa i tuoi
fiori che amor di luce e grazie crea;

e in fondo al bello e mesto incantamento
s’affaccia con un volo d’avvoltoi
l’antica visione prometea.

Sant’Eusanio del Sangro, 26 luglio 1910

9Alba d'Aprile

a Ettore Allodoli

Stamani, quando ho aperto la mia loggia
a Fiorinvalle, giunta allora allora
scoteva tra le pergole l’aurora
i suoi veli bagnati dalla pioggia

notturna. Nella loro vecchia foggia,
impenitenti passatisti ancora,
i rusignuoli salutavan l’ora
dai cespugli. Un po’ candida, un po’ roggia,

la Maiella avea lungi un borbottio
di sonnacchiosa, tra merletti e fiocchi
nel suo letto di nuvole. Pei campi

eran raggi, eran ombre, e tutto il mio
orto, rorido e fresco, con mill’occhi
ridea tra il verde tenero dei pampini.

Sant’Eusanio del Sangro, aprile 1914

10L'erma rovinata

all’Anima

Così ti devi, o Anima, spogliare
tutta, in rigor di pietra, sul confine.
Giacerà l’erma con le sue rovine
sepolta nell’oblio dell’alte ghiare:

non tu con lei, tu ch’oltre il limitare
guardi. Non è il tuo sonno senza fine.
Dal mistero dell’intime cortine
il serpente a svegliarti riappare.

Che invan tu nei tuoi giorni e le tue notti
non abbia su’ roveti del sentiero
lasciato i cuori tuoi con la tua clamide.

Che ancora invano non ti attardi o lotti.
La Sfinge è muta: nel silenzio è il vero:
tra l’ombre e il sole in grembo alla Piramide.

11Anima, sali

a Teresa Gentile

Anima, sali con il tuo mattino
lucente, con il tuo fiorir di stelle,
né ti dolere per le cose belle
che dietro lasci in ogni tuo giardino.

Ciò che risplende all’anima è divino,
è dell’anima, e quando le novelle
rose vermiglie non saran più quelle
che fresche oggi ti odorano il cammino,

quando verrà la sera delle cose
che non son tue, che passano tra i veli
del tempo e le disfà chi le compose,

anima che salir più alto aneli,
più alto, sentirai che le tue rose
tu le porti con te come i tuoi cieli.

12Primavera lontana

Passava l’acqua e si faceva un pianto
per i fiori lasciati a la sorgente:
passava l’acqua, e a me tornava in mente
un prato verde, tutto riso e canto.

Acqua che piangi – dissi – a quella fonte
prima di te ci son passato anch’io,

io pure ci ho lasciato là sul monte
con l’erbe e i fiori il più bel tempo mio!

13La lodoletta

O lodoletta mia, più la stagione
bella non torna come allor che m’era
dolce udire la tua sottil canzone
sospesa in alto su la primavera.

Allor saliva al cielo un altro canto
inebriato come il tuo di sole,

e la tua voce avea per me l’incanto
delle sue note, delle sue parole.

14Il primo amore

O cara, quand’io ti ripenso
un’aria lucente m’invita
tra i campi: hanno i monti un più denso
turchino, una siepe è fiorita,
e ride nel sole. Sul ramo
d’un olmo un uccello si posa
e canta, ha la siepe odorosa
un fremito al dolce richiamo.

O cara quand’io ti ricordo
oscillano azzurri i canneti,
e lungo il torrente è un accordo
sommesso di cari segreti.
Pei verdi sentieri una mano
soave mi prende e conduce…
O mio primo amore che luce
nell’occhio ha il tuo sogno lontano!

15Il ricordo dell'alba

Stasera, là sul colle, d’improvviso
una vecchia canzone è risonata,
e mi parea che avesse il fresco riso
di un’altra voce che l’avea cantata.

Era un canto d’amore, come un trillo
di allodola pei cieli di berillo:

ma quel canto entro il cuore mio non era
che il ricordo dell’alba nella sera.

16Via della fonte

Via della Fonte, il giorno ecco si muore,
via della Fonte, ecco l’antica croce,
ecco la quercia antica! Quant’amore
qui sciolse il canto e gli tremò la voce!

Or, come allora, nell’apri! qui verdi
tornan le siepi con i fiori e i nidi,

né ancor, mia cara immagine, ti perdi,
ma in volto di tristezza risorridi.

17Fonte vecchia

Fonte Vecchia laggiù sotto il Calvario
con il suo prato verde, tra le fratte
cupe d’ombre e misteri, ancora batte
scrosciando su la pietra. Il solitario

salice ancor si specchia nel pantano
limpido, e ancor sta in piedi il vecchio cerro,
devastato dai turbini e dal ferro
degli uomini, sul limite lontano.

Ma nulla più dei canti né del coro
giovanile d’un tempo: non festivi
balli, non corse rapide, non vivi
squilli di risa, nei tramonti d’oro.

Or il villaggio ha i nuovi fontanini
belli, eleganti, in mezzo alle sue piazze,
e serie van per acqua le ragazze
sotto gli occhi materni. I cristallini

zampilli han bianche aspergini, hanno lampi
d’iride al sole, e presto empion la secchia:
chi si ricorda più di Fonte Vecchia
lontana, oltre il Calvario, là tra i campi?

Sono tant’anni… E pure, se per sorte
qualche memore cuor ci si ritrova,
nel suo profondo non men dolce e nova
sente la vita delle cose morte.

18Gli stornelli delle rose

Fiore di spina.
O miei stornelli, colti alla Fontana
delle Rose, che gioia stamattina!

Fior di mortella.
Settembre nella fresca alba tranquilla
spandea risi d’april su Torricella.

Fiorin di melo.
Di rose bianche era fiorito il suolo,
di rose bianche era fiorito il cielo.

Fior di brughiera.
Dove sorride amor, c’è fioritura,
dove splende beltà, c’è primavera.

Fior di campagna.
Coi suoi doni, Sofia, la tua benigna
Madonna delle Rose t’accompagna.

Fiorin d’altare.
Sofia, le più gentili e le più pure
rose porti con te dal monte al mare.

Fiorin d’oliva.
Porti ad Ettore tuo la gioia nova
tra i giardini di aranci su la riva.

Settembre 1920

 

Poesia in Vernacolo

1Lu cante di tèrra d’ore

I.

Pe’ ste valle e sti cuolle ajje sentite
vatte’ e pparlà’ lu core de le préte,
so’ vist’ a smove’ e ttòrcese la créte
p’ amore de lu sole e dde la vite.

Ti vuojje fà’ nu cante, tèrra bbone,
tèrre di monte e ttèrre di marine:

pe’ ste valle e sti cuolle ch’aria fine
e cche bellézze e cquanta passione!

II.

Ti vuojje fà’ nu cante campagnole
frésch’ e llucènte come le canzune
che ssiente da sti ggiùvene cafune
la sére a la calate de lu sole.

Éntr’ a stu cante ti ci vuojje métte’
tutte lu rise de le ggiuvenétte,

ti vuojje éntr’ a stu cante métte’
tutte lu ‘ddore de li fiure e dde li frutte.

Il canto di terra d’oro

I.

Per queste valli e questi colli ho udito
batter, parlare il core de le pietre,
ho visto mover, torcersi la creta
per amore del sole e de la vita.

Ti voglio fare un canto, terra bona,
terra di monte e terra di marina:

in colle e in valle, qui, che aria fina
e che bellezza e quanta passione!

II.

Ti voglio fare un canto campagnolo
fresco e lucente come le canzoni
ch ‘odi da questi giovani cafoni
cantar la sera al tramontar del sole.

In questo canto ti ci voglio mettere
tutti i sorrisi de le giovinette,

ti voglio in questo canto metter tutti
gli odori dei tuoi fiori e dei tuoi frutti.

2Lu ruçignole

I.
Cante li ruçignuole pe’ le vìe
di campagne tutt’ àlbere e ffrescure,
e ccante pe’ le ròcchie tutte fiure
e ppe’ li macchiunitte tutte ‘mbrìe,
pe’ le valluocchie e ppe’ li ruvanielle,
sott’ a le fonte éntr’ a le friette chiuse,
cante sti juorne luminuse e bbielle,
cante ste nuotte lìmpede e ‘dduruse.

II.
Ci sta une, lu mastre de li miestre,
che nen sa ch’ è lu sònne e lu repose,
e ss’ à fatte lu nide tra le rose
salvàteche ècche sott’ a la fenèstre:
e tté na voce, té na vocia tonne,
ch’ è ttant’ acute, ch’ è ttante prufonne,
nche ccierte recalate e ccierte ‘scite,
che tti pare na mùseca finite.

III.

E spèzze e tt’ arecchiappe nche nu tone
divèrse, e mmo s’ affùrie e mmo va lènte,
e mmo siente nu ciùfele e mmo siente
nu gride… E mmute sèmpre la canzone.
Stié ‘ssentì’, stié ‘ssentì’… E cche sci ‘ntése?
À parlate lu vènte tra le fronne,
l’acque ‘m mèzz’ a li fiure?.. Nu paése
vèrd’ e tturchine çî traviste ‘n sònne?

IV.

N’ è cchiù la voce de lu ruçignole,
è la voce de ll’ àneme che ttréme
e cche cchiame… tra l’ombre aresentéme
nen sacce che ssuspire e cche pparole
ch’ éme ‘ntése na vóte chi sa quanne
e e cchi sa dove… Avé da rèsse’ sotte
a nu ciele gne cquéste, éntr’ a na notte
gne cquéste, ma cchiù ccupe, ma cchiù ggranne.

V.

Jere sére n’ancore ascé la lune,
e le lucecappielle tra le rame
di chele rose mi paré nu ssame
di stelle: avé caliete a un’ a une
pe’ nen si fà’ vedé’?.. Ére nu vole
di stélle cchiù luntane e cchiù leggiere
le note de lu cante… Jere sére
m’ avé ‘mpazzite nche lu ruçignole?

VI.

S’ annazzeché le rame de le rose
nche nu ‘ddore cchiù vive. Chelu cante
ne’ mm’ avé ditte maie tante cose,
cose luciente ch’ ére ggioie e ppiante.
Nche le lucecappielle a mmill’ a mmille
‘n tèrre abballé le stélle… A le ‘mpruvise
lu cante aresunì come nu strille
di disperazione… e ppo’, che rrise!. ,

Il rosignolo

I.
Cantano i rosignuoli per le vie
di campagna tutt’alberi e frescura,
cantan per i cespugli tutti fiori
e per i macchionetti tutt’ombrìe,
lungo i rivoli e lungo i valloncelli,
sotto le fonti entro le fratte chiuse,
cantano in questi giorni chiari e belli,
in queste notti limpide e odorose.

II.

Ce n’è uno, il maestro dei maestri,
che non conosce il sonno nè il riposo,
e che s’è fatto il nido tra le rose
selvatiche qui sotto la finestra:
ed ha una voce, una voce rotonda,
ch ‘è tanto acuta, ch ‘è tanto profonda,
con certe inflessioni e certe uscite,
che ti pare una musica finita.

III.

E si ferma e ripiglia con un tono diverso,
ed or s’affuria ed or va lento,
ed ora senti un fischio ed ora senti
un grido… E muta sempre la canzone.
Tu sèguiti a sentire… E ch ‘ài sentito?
Il vento tra le foglie t’à parlato,
l’acqua tra i fiori?.. Nel sogno un paese
verde e turchino innanzi ti s’è schiuso?

IV.

La voce non è più del rosignolo,
è la voce de l’anima che trema
e che chiama… Tra l’ombre risentiamo
non so quali sospir, quali parole
ch ‘abbiamo inteso un tempo chi sa quando
e chi sa dove… Esser doveva sotto
un cielo come questo, entro una notte
come questa, ma più cupa, più grande.

V.

Ier sera ancora non sorgea la luna,
e mi parean le lucciole tra i rami
di quelle rose simili a uno sciame
di stelle: erano scese ad una ad una
per non farsi vedere?.. Erano un volo
di stelle più lontano e più leggiero
le note di quel canto… Ieri sera
m’ero impazzito con il rosignolo?

VI.

Oscillavano i rami de le rose
con un odor più vivo. Mai quel canto
m’aveva detto tante tante cose,
cose lucenti ch’eran gioia e pianto.
Con le lucciole in terra a mille a mille
danzavano le stelle… A l’improvviso
il canto risonò come uno strillo
di disperazione… e poi, che riso!

3Rose di fra tte

Róse di fratte, ‘m mèzz’ a ttante foche
di róse d’ orte e rróse di ciardine,
ci sta pure pe’ tté na nsi di loche,
e n’ ti lagnà’ ca sta ‘m mèzz’ a le spine.

Róse di fratte, róse a ccinche fojje,
nen ti lagnà’ ca n’ ti se l’ ome còjje,

nen ti lagnà’ ca n’ ti se l’ om’ accatte,
e mmuore, a ddo’ çi nate, éntr’ a la fratte.

Rosa di fratta

Rosa di fratta, in mezzo a tanto fuoco
di rose d’orto e rose di giardino,
anche per te si trova un po’ di loco,
nè ti lagnare che sta tra le spine.

Rosa di fratta, rosa a cinque foglie,
non ti lagnare che non ti si coglie,

non ti lagnare che non sei comprata,
e muori entro la siepe, ove sei nata.

4La vie de la fonte

I.
Vìe de la Fonte, come t’ i mutate!
A ddove se n’ è jte cheli ddìe
d’ ulme e ddi cierche, che ffacé la state
tutte chela frescure e cchela ‘mbrìe?
Paré di caminà’ pe’ nu viale
cupèrte: çì e nno ci ‘ntré lu sole,
e ssopre ci canté tante cicale,
e ssotte ci passé tante fijole.

II.

Sole ci rèste, pe’ rrecorde, ancore
la cèrche che ppiantì cènt’ ann’ arréte
nu viecchie ch’ ére ditte lu Pruféte,
e cch’ è ccresciute pròpie gne nu fiore:
s’ è ffatte cchiù rretonne e nche la cime
chi sa ddo’ ‘rrive, ma n’ è cchiù gne pprime,
gne cquande si vedé a passà’ sotte
tante fijole nche le tine a ffrotte.

III.

E cquante fiure a la staggione… N’ anne
n’ ci si vedé ‘mmenì’ nu ggiuvenétte
che nem purtave lu carufenétte
rósce a la récchie, vèrse San Giuvanne.
E ppurté li caruòfene e le rame
di cetrunèlle e ddi vasanecole,
a la cénte, a lu pètte, le fijóle,
e une ce ne stave tante ‘mbame.

IV.

E cquante frutte a la staggione, e cquante
scappate pe’ le friette e strille e rrise!
E cci sté quélle ‘m mèzz’ a cchele ‘mpise…
O cèrche, n’ te le puó scurdà’ lu cante
di chela vocche: n’ ére culurite
accuçì li cerase rusce, quanne
se li magné ridènne… A ddove è jte
tutte le maravijje di chell’ anne?

V.

Pó paré’ bbèlle pure mo sta vìe
sultant’ a cquille che ne’ l’ à vedute
com’ ére allore: ma chi c’ è mmenute
nche li cumpiegne de lu tèmpe mìe,
e cc-i-arevé dope tant’ anne a spasse
sole sole gne mmé, di sére, a st’ ore,
tra sta sulènzie, nem pó dà’ nu passe
che n’ si sènte na bbòtte éntr’ a lu core.

VI.

Vò resentì’ la fonte: ma la fonte
come na vote cchiù ne rride e ccante,
e sse je parle a ll’ àneme, areccónte
chelu tèmpe pe’ ffàrese nu piante.
O fonte, o fonta viecchie, cheli juorne
e cchele cose bbielle n’ aretórne!
O fonta viecchie, bbona ggiuventù!
bbuone canzone!… n’ aretórne cchiù!

La via de la fonte

I.
Via de la Fonte, come sei mutata!
Dove sono spariti quegl’iddìi
d’olmi e di querci, che facean l’estate
tutta quella frescura e quell’ombrìa?
Parea di camminar per un viale
coperto: sì e no c’entrava il sole,
e ci cantavan su tante cicale,
e sotto che viavai di figliole.

II.

Solo ci resta, per ricordo, ancora
la quercia che piantò cent’anni dietro
un vecchio che chiamavano il Profeta,
e ch ‘è cresciuta proprio come un fiore:
s’è fatta pii!, rotonda e con la.cima
va in alto, ma non è più come prima,
come quando passar si vedea sotto
tante figliole con i tini a frotte.

III.

E quanti fiori a la stagione… Un anno
venir non si vedea un giovinetto
che non portasse il suo garofanetto
rosso a l’orecchio, verso San Giovanni.
E coi loro garofani i ramelli
portavan di basilico e cedrina,
a la cintola, al petto, le zitelle,
e c’era una tanto birichina.

IV.

E quanti frutti a la stagione, e quante
fughe lungo le siepi e risa e strilli!
E tra quelle demonie c’era quella…
O quercia, non ti puoi scordare il canto
de la sua bocca: tanto colorite
non eran le ciliege rosse, quando
le addentava ridendo… Ove son ite
tutte le maraviglie di quell’anno?

V.

Può parer bella ancora questa via
soltanto a quelli che non l’han veduta
com’era allora: ma chi c’è venuto
con i compagni del bel tempo mio,
e torna qui dopo tant’anni a spasso
di sera, come me, solo, a quest’ora
e tra questo silenzio, dare un passo
non può che non gli sbalzi dentro il cuore.

VI.

Vuoi risentir la fonte: ma la fonte
come una volta più non ride e canta,
e se gli parla a l’anima, racconta
quel suo tempo d’allor per farsi un pianto.
O fonte, o fonte vecchia, più quei giorni
più quelle cose belle non ritornano!
O fonte vecchia, buona gioventù!
buone canzoni!… Non ritornan più!

5Il ciclamino d’autunno

Ciclamino d’autunno, a l’improvviso
m ‘hai sorriso tra l’ombre de la fratta:
sei tanto bello, e pure m ‘hai fatto
tanto una pena, quando m ‘hai sorriso.

Non ridi or tu come ridevi allora
tra marzo e aprile: or sei tu un altro fiore,

sei come una speranza scolorita
che andar sen vuole e ancor non se n’è ita.

6Il canto di terra d’oro

I.

S’ è ccupèrte di néve la Maièlle,
s’ è ccupèrte di néve Montecorne,
o Tèrra d’Ore, e ttu come nu ggiorne
di primavére a ll’ uocchie mié çi bbèlle.

Nche le fronne u la néve pe’ li rame,
çi bbèlle déntr’ a ll’ àneme che cchiame:

nche lu ciele seréne u l’ombre nire,
çi bbèlle éntr’ a lu core che ssuspire.

II.

O Tèrra d’Ore, quante sone e ccante,
e speranze e rrecuorde! Nen c’ è state
nu ggiorne maie che n’ ti so’ cantate
nche lu rise a la voce u nche lu piante.

Ti so’ cantate a ttutte le staggiune,
ti so’ cantate tutte le canzune,

quande fiurive e cquande t’ i sfiurite,
e stu cante nen è, nen è ffinite!

Il canto di terra d'oro

I.

S’è coperta di neve la Maiella,
s’è coperto di neve Montecorno,
o Terra d’Oro, e tu come in un giorno
di primaveraa gli occhi miei sei bella.

Con le fronde o la neve per i rami,
sei bella dentro l’anima che chiama:

con l’ombre nere o il cielo di zaffiro,
sei bella dentro il cuore che sospira.

II.

O Terra d’Oro, quanto suono e canto,
e speranze e ricordi! Non c’è stato
un giorno solo che non t’ho cantata
con il riso a la voce o con il pianto.

Ti ho cantata in tutte le stagioni,
ti ho cantato tutte le canzoni,

quando fiorivi e quando sei sfiorita,
e il mio canto non è, non è finito!

7Lu rùchele

Schiòppe le préte pe’ lu troppe calle
e ppe’ lu troppe cante le cicale.
I’ mi gode lu frésche a stu viale
tra l’ ulme, e gguard’ a tté, rùchele ggialle,

i’ guard’ a tté che ccuçì llèste e ppronte
sénza ‘mpujarte siejje pe’ ssa rame…
I’ sacce che vvié ‘ffà’ tu èss’ ammonte,
rùchele ggialle, i’ sacce chi ti chiame.

Ti chiame ‘n cim’ a ll’ albere lu sonne
de la morte, e ccamine e n’ t’ arebbielle.
Forse lu sonne de la morte è bbèlle
tra lu vèrde e lu rise di ste fronne,

è bbèlle nche stu ciele e nche stu cante
che ccrésce ‘nsimpre nche lu sole forte
e ffa cantà’ la vite tutta quante
e fforse fa cantà’ pure la morte.

E ssiejje e ssiejje e rréte n’ t’ arevuote
e n’ t’areguierde ‘ntorne… Ah, se pputésse
muri’ i’ pure e nen guardarm’ apprèsse,
tranquille come tté, come tté sciote!

Ah, se pputésse, se pputésse i’ pure
aresponne’ gne tté a la chiamate,
nche lu sole lucènte e la frescure
tra la mùseca granne de la state!

Il bruco

Scoppian le pietre per il caldo ardente
e per l’intenso canto le cicale.
lo qui mi godo il fresco del viale
tra gli olmi, o bruco giallo, e pongo mente

a te che sali così pronto e lesto
senza fermarti per codesta rama…
lo so che vai tu a fare su codesto
albero, bruco giallo, e chi ti chiama.

Ti chiama in cima all’albero il riposo
de la morte, e vai su docile e snello.
Forse il riposo de la morte è bello
tra il verde riso di quest’olmo ombroso,

è bel con questo cielo e questo canto
che cresce insieme con il sole forte
e fa cantar la vita tutta quanta
e forse fa cantare anche la morte.

E sali e sali e dietro non ti volti,
né ti riguardi intorno… Ah, se potessi
anch’io morir senza guardarmi appresso,
tranquillo come te, come te sciolto!

Ah, se potessi, se potessi io pure
risponder come te a la chiamata,
con il sole lucente e la frescura
tra la musica grande de l’estate!

8Vènte che ppiesse!

Vènte che piesse, quante cose dice
e mmo tié une e mmo tié n’ atra voce!
Lu fiume se ne ì vèrse la foce:
a ddove se ne ì l’età ffelice?

Mo come pprime ci sta cante e ssone,
e lu mutive antiche è ssèmpre bbèlle,
ma tu, gna l’ aredice, n’ ci cchiù cquélle,
vènte che ppiesse, çi mutate tone.

Mo tu ride, e ssu rise è gne lu piante
e mmi piace e ssenti’ ne’ le vulésse:
mo li piacire mié, vènte che ppiesse,
pare li fiure de lu campesante:

cheli fiure spuntì sott’ a na croce
e tté déntr’ a na fòsse le radice…
Vènte che ppiesse, quante cose dice
e mmo tié une e mmo tié n’ atra voce!

Vento che passi!

Vento che passi, quante cose dici
ed ora hai una ed ora un’altra voce!
Il fiume se ne andò verso la foce:
dove andarono i nostri anni felici?

Or come prima ci son canto e suono,
ed il motivo antico è sempre bello,
ma, nel ridirlo, tu non sei più quello,
vento che passi, or hai diverso tono.

Or tu ridi, e il tuo riso è come il pianto
e mi piace e sentir non lo vorrei:
vento che passi, ora i piaceri miei
rassomigliano ai fior del camposanto:

spuntarono quei fior sotto una croce
ed hanno entro una fossa le radici…
Vento che passi, quante cose dici
ed ora hai una ed ora un’altra voce!

9La fonte

Che ccose dice l’acque de la fonte?
Mo t’ apiense ca ride e mmo ca piagne.
L’ ajje sentite ‘m mèzz’ a la campagne,
sott’ a la fratte e ppo’ sott’ a lu ponte:

fa gne une che tté tante secrite,
tante recuorde, e cchiame e ss’ annascónne…
Che ccose dice l’acque che s’ affónne
sott’ a li chiuoppe, déntr’ a li cannite?

Da tante tèmpe l’acque va ‘lu mare,
la vita nostre è ttutte nu mistére.
I’, quande guarde ‘n ciele cierte sére
che nen ci sta la lune e ll’ arie è cchiare,

e vvéde chele stélle che n’ té fine
e ssènte chela fonte che nen cèsse,
i’ mi ci pèrde, gna mi si purtésse
vèrse lu mare l’acque che ccamine.

M’ arevé ‘m mènte l’ anne ch’ è ppassiete
e cquanta ggiuventù ècche è mmenute,
c-i-à rise, c-i-à cantate, e ss’ è pperdute
nu ggiorne a ccampesante tra la créte.

Quill’ ére come nnu’, quill’ à sentite
come nnu’ stu parlà’ misteriose,
quille pure vulé sapé’ caccose
e pprime di sapérle se n’ è ite.

Le vite nuostre passe a un’ a une
e ccome ll’ acque se ne va luntane.
Da tante tèmpe parle sta funtane:
quélle che ddice ne’ le sa neçiune.

La fonte

Che cosa dice l’acqua de la fonte?
Or ti pare che rida, ora che pianga.
L’ho sentita là in mezzo a la campagna,
sotto la siepe e poi là sotto il ponte:

fa com’ un ch’abbia in cuor tanti segreti,
tanti ricordi, e chiami e si nasconda…
Che cosa dice l’acqua che s’affonda
là sotto i pioppi, là dentro i canneti?

Da tanto tempo l’acqua corre al mare,
la vita nostra è tutta nel mistero.
Io, quando guardo in alto certe sere
che non esce là luna e l’aria è chiara,

e vedo quelle stelle senza fine
e sento quella fonte che non cessa,
io mi ci perdo, quasi mi traesse
giù verso il mare l’acqua che cammina.

Mi tornano al pensier gli anni passati
e quanta gioventù è qui venuta,
ci ha riso, ci ha cantato, e s’è perduta
un giorno a camposanto tra la creta.

Quelli eran come noi, quelli han sentito
come noi questo suon misterioso,
anche quelli volean saper qualcosa
e prima di saperla son partiti.

Passan le vite nostre ad una ad una
e come l’acqua se ne van lontano.
Da tanto tempo parla sta fontana:
quello che dice non lo sa nessuno.

10Ssa vocche

Apre ssa feneštrélle,
ammìneme nu fiore,
ammìneme nu ‘ddore
di ssa vuccuccia té.

Ssa vócche è gne nu bbèlle
caròfene scarlate:
t’addore voc’ e ffiate
quande tu pierl’ a mmé.

Damme na róse, damme
na róse che mmo sfiocche:
ma rósce gne ssa vócche
na róse nen ci sta.

Ssa vócche è gne na fiamme,
ssa vócche è gne na vraçe:
ammìneme nu vaçe,
ne mmi fà’ ććhiù ppenà’.

11Lu piante de le fojje

Lu ciel’ è ććhiuse e ććhiuse è la muntagne,
le fòjje ggialle casche a un’ a une,
e ssi còjje la ‘live, e la campagne
tra la nèbbie aresòne di canzune…
Sèmpre šta nèbbie, amore, gna si còjje
la ‘live, e ccasch’ a ll’ arbere le fòjje!

S’alz’ a lu ciele tant’ e ttante scale
gne tra nu sonne che nen sacce dire;
sajje cantènne l’anem’ e rrecàle
da ‘n ciele ‘n tèrre e jjètte nu suspire…
Puòrteme tra la nèbbie, tra le rame,
na scale, amore, a ll’ aneme che ććhiame.

‘N cim’ a na scale ci šta na fijole
che ‘m mèzz’ a ll’ atre voce fa da prime,
e, gna vuléss’ aretruvà’ lu sole,
s’ aalż’ aalże e sse ne va ććhiù ‘n cime…
Ah cchela voce che ffa da suprane,
amor’ amore, falle cantà’ piane!

Le fòjje fa nu piante pe’ la vie,
e lu cant’ aresone entr’ a lu core
gne nu salut’ afflitte, gne n’addìe
di tante cose bbielle che ssi more,
di tante care nuode che ss’ asciòjje,
amore, tra lu piante de le fòjje.

12Ssi capille

Ssi capille, Caruline,
com’ è nnire, com’ è ffine:
tutte pièhe, tutt’anèlle,
a vvedérle fa ‘ncantà’.

Caruline, une ććhiù bbèlle
nen si trov’ a štu quartiere:
na ććhiù scicca capelliere,
Caruline, nen ci šta.

Sse ciuffétte è nu capricce,
nen té réhule ssi ricce:
mo na bbòffe s’ arebbèlle,
mo na fézze vo scappà’.

Caruline, une ććhiù bbèlle
nen si trov’ a štu quartiere:
na ććhiù scicca capelliere,
Caruline, nen ci šta.

Trécce luonghe, trécce piene,
pènne come le catène,
gne le sierpe s’ arrutèlle,
l’arie ‘ntome fa ‘ddurà.

Caruline, une ććhiù bbèlle
nen si trov’ a štu quartiere:
na ććhiù scicca capelliere,
Caruline, nen ci šta.

Quande tu sse trécc-i-asciuojje,
i’ mi more di na vòjje:
tra ssi ricce, tra ss’ anèlle
mi vuléss’ annascunnà’.

Caruline, une ććhiù bbèlle
nen si trov’ a štu quartiere:
na ććhiù scicca capelliere,
Caruline, nen ci šta.

13Vuccuccia d’ore

Li vase di caruòfen’ addurave,
vuccuccia d’ore e uoććhie nire nire,
tu štiv’ a la fenèstr’ e j’ passave,
nu fiore mi jettišt’ e nu suspire:
mo n’ t’ arecuorde ććhiù di che lu fiore,
nen t’ arecuorde ććhiù lu prim’ amore.

Mo ne’ mmi vuò ććhiu ssentì’,
mo ne’ ddice ććhiù ca çì,
cuçì vva lu monne mo, prime ca çì,
dope ca no.

Ténghe nu fazzulétte recamate
nche li capille di ssa bbèlla trécce,
ci šta ddu’ cuore ‘m mèżż’ aretrattate,
ddu’ cuore trapassate nche na frécce,
ci šta lu sanghe viv’ a le ferite,
lu sanghe de l’amore ch’ i tradite.

Mo ne’ mmi vuò ććhiu ssentì’,
mo ne’ ddice ććhiù ca çì,
cuçì vva lu monne mo, prime ca çì,
dope ca no.

Mo’ tu ti çi cquištate n’ atr’ amante,
mo tu ti çi ‘ngrannite e vvié nche llusse,
t’i mésse le reććhine di bbrillante,
e, cquande ‘ncuntr’ a mmé, vuote lu musse,
eppure i’ ne’ jjètte lu velène,
eppure mi vulive tante bbene.

Mo ne’ mmi vuò ććhiu ssentì’,
mo ne’ ddice ććhiù ca çì,
cuçì vva lu mònne mo, prime ca çì,
dope ca no.

Come ti puo scurdà’, faccia di ròse,
ci sém’ amate da li quìnec-i-anne.
Chess’ atre ti prumétte, e n’ ti si spose,
mo ti fa tanta corte, e ppo’ ti ‘nganne.
Remmìneme nu fior’ e nu suspire,
vuccuccia d’ore e uoććhie nire nire.

Mo ne’ mmi vuò ććhiu ssentì’,
mo ne’ ddice ććhiù ca çì,
cuçì vva lu monne mo’,
prime ca çì,
dope ca no.

14La bbarcarole

Cale lu sole.
La bbarche cante
la bbarcarole.
Fiore di méle.
La sére ti porte nu véle
di lille, ggiunchijje e vviole.

Sol’ a ssole,
cor’ a ccore
nche l’amore
pe’ lu mare!

Déntr’ a lu mare
la lun’ abballe
la saltarèlle.
Fiore fiurèlle.
La lune ti jètte nu scialle
di séte e dd’ argènte a le spalle.

Bbèlle bbèlle’,
cor’ a ccore
nche l’amore
pe’ lu mare!

Sopr’ a lu mare
la notte pènne,
la nott’ accénne.
Fiore di canne.
La notte t’ à fatte na çianne.
lucènte di stélle e ddi suonne.

Sénza ‘nganne,
cor’ a ccore
nche l’amore
pe’ lu mare!

Lu mare a ll’ albe
appéne sbatte,
è ttutte latte.
Fiore di fratte.
Che llètte di ggijje, che llètte
di rose l’amore t’ à fatte!

Fitte fitte,
cor’ a ccore
nche l’amore
pe’ lu mare!

 

Poesia in Latino

1Florinvallis in mergano*

Huius ocelle nitens Mergani villula ruris,
quaestibus exiguis o mihi parta meis,

Florinvallis, ave, dum flores vallis habebit,
vitibus atque hortis quae tibi culta subest.

Mane adversa tuam sol inter amygdala frontem
iucundo ex mediis frondibus igne ferit.

Ride. Omnes viridi circum velamine colles
caeruleum rident limen adusque poli;

Frutto dei miei non lauti guadagni, pupilla ridente
della terra Mergana, o piccoletta villa,

o Fiorinvalle, salve, finché la valle avrà fiori,
che sotto a te digrada d’orti e di vigne lieta.

In sul mattin, di mezzo ai rami dei mandorli, il sole
ferisce la tua fronte d’una gioconda fiamma.

Ridi. Tutti in un verde velario sorridono in giro,
fino al limite azzurro dell’orizzonte, i colli;

…………………………………………

inque suos varios late experrecta labores
fervet et apta sibi praemia vita parat.

Ride. Quae solis pulcherrima lumine rident,
dulce magis vitae ferre videntur ave.

At sub luce, precor, tua dum frons eminet alta,
ne temnas humilem, quae silet ante, casam.

Nunc aliena, fuit mihi iam domus ampla, nec illam
iam puduit nostros incoluisse patres.

Temporis illa mei puerilis pignora servat,
illa iuventutis pignora cara tenet.

Dilecti nitida subeunt in imagine vultus,
tamquam ver imo floreat ex animo.

e qua e là, per tutto, ai vari lavori ridesta,
ferve la vita e i mezzi adatti a sè prepara.

Ridi. Le cose che al lume del sole sorridon più belle,
paion dare alla vita un più gentil saluto.

Ma, prego, mentre al sole tu alta levi la fronte,
non spregiar la casetta che a te dinanzi tace.

Essa, ora d’altri, fu un tempo per me già ampia dimora,
né d’abitarla a vile ebbero i padri miei.

Della mia cara infanzia essa custodisce i ricordi,
della mia giovinezza essa i ricordi tiene.

Ecco in immagin viva risorgono i volti diletti,
quasi dall’imo cuore sbocci una primavera.

………………………………………

Mollibus aequales annis ludisque puellae,
(ardens aestivo tempore vesper erat),

dum somno iaceo, illam reclusere fenestram,
et cinxere meum, laeta corona, torum:

tum simul adscendente gradatim voce dederunt
dulce melos teneris flexilibusque modis.

Somnia quae in somnis animam rapuere beata,
si meminisse cupit, Musa referre nequit.

Cum sopor at fugit, cum volvi lumina circum,
fulgida adhuc credens somnia adesse mihi,

ridentes oculis claris roseisque labellis
vidi illas rapida limine abire fuga.

Era una calda sera d’un mese d’estate, e fanciulle,
compagne dei miei giochi e dell’età mia nova,

mentr’io giacea nel sonno, aprirono quella finestra
e cinsero, gioconda corona, il letto mio;

poi, grado a grado alzando le voci, con agili e molli
note, sciolsero un canto pieno di melodia.

I sogni che nel sonno l’anima rapiron beata,
se ricordar le è caro, non sa ridir la musa.

Ma quando fui desto, quando dintorno girai le pupille,
credendo esser tra i miei fulgidi sogni ancora,

le vidi, col riso negli occhi lucenti, col riso nei labbri
di rosa, via per l’uscio allontanarsi in fuga.

……………………………………….

Quas mihi delicias fatur memor illa fenestra,
deliciae lacrimis quae tamen ora rigant!

Florinvallis, ave. Nostri sub vespere montes
purpurea in niveo vertice nube micant:

aurea fit nubes, qua caelum spargitur auro,
pallet et aetherias solvitur in violas.

Aureus ipsa die labente ardebis ut ignis,
pallebis violis tu quoque, villa, tuis.

Sol abit. Ex nostris descendunt montibus umbrae:
facta profunda magis cuncta quiete putes.

Murmure non ullo secretas undique voces
fundit ab occultis cordibus illa quies.

Di quante gioie mi parla memore quella finestra,
gioie che pur le gote mi rigano di pianto!

o Fiorinvalle, salve. Le nostre montagne al tramonto
brillan di rossa nube su le nevose vette.

La nube si fa d’oro e d’oro illumina il cielo,
poi, pallida, si scioglie in eteree viole.

E tu pur anche a sera d’un aureo fuoco arderai,
pallida di viole sarai tu pure, o villa.

Cade il sole. Dai monti discende l’ombra: ogni cosa
divenir più profonda nella quiete senti.

Da tutte parti, senza murmure alcuno, da cuori
occulti, arcane voci quella quiete effonde.

……………………………………….

Audi quot caelo surgant suspiria rerum
quotque animae in foliis quotque querantur aquis;

arcanos audi numeros, quibus astra videntur
nescio qua spe animis admonituque loqui.

Alta sed interea velutique per aera furtim
luna ad sidereum tollitur alloquium.

Florinvallis, ave. Tibi ridet candida luna
inter cancellos arboreasque comas.

Nulla tibi, quam nox effundit limpida, pacem
turbent insolito pallida spectra metu;

sed quae tecta die placidae tenuere columbae,
nocte suis alis somnia fausta tegant.

Odi quanti nell’aria si levan sospiri di cose,
quant’anime nell’acque piangono o tra le fronde;

odi gli arcani ritmi degli astri che all’anime pare
di non so che ricordo parlino e di che speme.

Ma per l’aerea volta intanto quasi furtiva
sorge la luna all’alto colloquio delle stelle.

O Fiorinvalle, salve. A te fra i cancelli sorride
candida e tra le chiome degli alberi la luna.

La pace, in cui t’avvolge la limpida notte, non turbi
d’insolite paure nessuna triste larva;

ma il tetto, ove di giorno si posa n le miti colombe,
proteggano di notte l’gli dei fausti sogni.

………………………………………….

Nocte dieque mihi curarum oblivia dones,
quae vitas hominum sub iuga vana trahunt.

Omnes quam petimus, quae non reperitur in urbe,
da libertatem, villula clausa, mihi.

Venimus huc miseri ut, quisquis vulgaria mundi
ponere lassata vincula mente cupit,

saepibus et muris, operosa negotia linquens,
et sua defendat gaudia spemque suam.

Salve, Libertas, quae humani sola diei
defessis operis tempus onusque levas!

Huc ades, incertas rerum cum nosse per umbras
quaero vias animi sollicitasque moras;

Di notte e giomo a me dona l’oblio delle cure, che sotto
vani gioghi le vite traggono degli uomini.

La libertà, che tutti cerchiamo e nessuno ritrova
nella città, mia villa, dammi nel tuo recinto.

Siam giunti a tal miseria, che chi dalle sciocche pastoie
del mondo vuole il lasso spirito liberare,

debba, uscendo dai duri negozi, con siepi e con mura
difender le sue gioie e le speranze sue.

Libertà, salve, che sola dell’uman giorno alle stanche
opere render sai più lieve il peso e l’ora!

Sii qui, quando le vie dell’anima e i trepidi indugi
io ricerco tra l’ombre incerte delle cose;

…………………………………………

cum studeo de corde meos deducere versus;
cum mea contentus poma rosasque colo.

Huc ades. Est brevis hortus, agri sunt iugera pauca,
sed mihi magnus amor, sed mihi magna fides.

Illae non multae, posui quas ordine, vites,
quae mihi sufficiant, lenia villa dabunt;

pingue dabunt oleum, quod res mea poscat, olivae,
saeclo consevi quas ineunte novo;

quae texunt opuli densis umbracula ramis,
praebebunt calido frigora opaca die;

pinus odorates excelsa loquetur ad auras
ignoti simulans murmura longa maris;

quando io mi studio a trarre con arte dal cuore i miei versi;
quando, contento, i miei pomi e i miei fior coltivo.

Sii qui. Piccolo è l’orto, di pochi iugeri è il campo,
ma l’amor nostro è grande, grande la nostra fede.

Quelle non molte viti, che in file piantai, mi daranno
tanto di tenue vino, quanto al bisogno basti;

mi daran olio pingue per l’uso di casa gli ulivi,
che al principio del novo secolo trapiantai;

il padiglion che coi rami fronzuti tessono gli oppi,
mi offerirà la fresca ombra nei caldi giorni;

parlerà l’alto pino all’aure odorate, e sentire
ci parrà come un lungo suono d’ignoto mare;

luscinia in cavea ver unum ex omnibus anni
temporibus faciet voce modisque suis.

Debita nec deerunt iucundae munera mensae,
qualia more patrum nostra culina docet.

Ovis commistae flavescens massa farinae,
secta in longa meris fila, coquatur aquis:

haec, qua Parthenope tam gaudet, iure rubenti
in patinis madeant fumida fila cavis;

tritus, quo sapiant, ne caseus absit ovillus,
nec piperis mordax, si placet, absit odor.

Agnum saepe vero tenerum gallosque iuvencos
prunitio sapiens verset in igne manus.

un usignuolo in gabbia di tutte l’altre stagioni
farà una primavera sola con i suoi canti.

Né mancherà dei piatti dovuti la mensa gioconda,
come dei nostri padri la buona usanza vuole.

S’impastino uova e farina, e poi la massa, ridotta
in lunghi gialli fili, si cuocia in acqua pura;

e questi fili, rossi del sugo di pomodoro,
napolitana gioia, fumino dentro i piatti;

né manchi, a ben candidi, del buon pecorin grattugiato,
né, quanto piaccia, il forte odor del peperone.

Spesso il tenero agnello, spesso i pollastri allo spiede
in sui carboni accesi giri un’esperta mano.

………………………………………

Sed vel lauta mihi, vel simplex mensa paratur,
accumbat mecum risus amorque dapis.

Risus amorque dapis dulces comitetur amicos,
pectore qui memori se mihi ab urbe ferant.

In vino atque ioco tibi carmina grata canemus,
dicemus laudes, villula cara, tuas.

Florinvallis, ave, Mergani ruris ocelle,
dum loca pulchra placent, dum loca sola beant!

Ma sontuosa o parca per me s’imbandisca la mensa,
con me siedano insieme la gioia e l’appetito.

La gioia e l’appetito i cari amici accompagni
che, memori, verranno dalla città a trovarmi.

A te, fra il vino e il gioco, soavi canzoni diremo
e canteremo, o cara villa, le lodi tue.

o Fiorinvalle, salve, dell’agro Mergano pupilla,
finché un bel luogo è gioia, un ermo luogo è pace.

1910

* Fiorinvalle è il nome della villa del poeta nella contrada Mergana a Sant’ Eusanio del Sangro, suo villaggio nativo.

Amico del De Titta, il prof. don Evandro Marcolongo, dei distici diede questa versione.

2Peritura et aeterna

Cur fluxum fluxisse procul, cecidisse caducum
et peritura tibi cur periisse doles?

Inspice sub vanis quae sunt aeterna figuris
et quibus ipse frui tempus in omme potes.